28 gennaio 2018

Andare all'IKEA per fare tutt'altro

Una mattina all'IKEA si trasforma nell'occasione per riflettere su poesia, psicologia e ricchezza.

Poesia, psicologia e ricchezza. Tre parole apparentemente prive di alcun legame, ma indissolubilmente legate. Come? Dove? Sul tavolo dell'IKEA che ha accolto il mio iPad, i miei libri, i miei fogli, questa mattina.

Sì perché, a differenza di molte persone che (convenzionalmente) hanno bisogno di pace, silenzio e isolamento per concentrarsi, studiare, creare, esprimere la propria creatività, il sottoscritto trae giovamento dal pot-pourri di colori, dalle voci sovrapposte, dagli sguardi incrociati per caso. Il solo pensiero che decine, centinaia, a volte migliaia (se consideriamo lo scorrere del tempo e l'accumularsi dei passaggi nello stesso luogo) di anime, pensanti e agenti, possano entrare in contatto con lo stesso spazio e respirare la stessa aria, funge da stimolo affinché possa anch'io meglio pensare e agire.

Ma non voglio soffermarmi ancora sull'evento in sé, quanto sugli argomenti che hanno incrociato il mio peregrinare. Nella fattispecie, a parte l'incontrovertibile impulso dello spendere soldi (niente paura per il mio portafogli, solo una ventina di euro), ho approfittato della graziosa location immersa tra le piante artificiali e della (seconda) colazione a 3 € tutto incluso, per svolgere quattro compiti, che vado di seguito ad enumerare in modo che possa fornire degli spunti di riflessione.

In questo post ti racconto come:


Imparare "L'infinito" di Leopardi


Fa un po' strano tornare sui banchi di scuola, anche solo figuratamente, per memorizzare una poesia. Lo spunto mi è dato dagli incontri di laboratorio teatrale che sto frequentando, nei quali non solo ci è fornita l'opportunità di avere a che fare più da vicino con l'arte (che sia teatro, letteratura, cinema o musica), ma anche di essere noi stessi scegliendo brani da condividere "sul palcoscenico", adattare una nostra interpretazione alle parole dell'autore. Poi, la cosa più importante, possiamo provare a immedesimarci nello stesso autore, cercare di interpretare personaggi che non siamo noi, con voci che non pensiamo di avere, gestualità che siamo costretti ad inventare sul momento.

Tornando alla poesia in questione, ovviamente non la rileggevo dai tempi delle elementari (ricordo bene?). E fa un effetto strambo. Passi le giornate a rimuginare per trovare chissà quale verità dentro o fuori di te, per poi realizzare che ne avevi già letto, ma non nel momento gusto a quanto pare. Provi a ricordare cosa avevi provato declamando le stesse parole tra i banchi di scuola. Poi pensi a cosa significano per te oggi gli stessi versi. Mi piacerebbe rifarlo con altre poesie. Si vedrà.

Passano i secoli e i temi che leggiamo, sui quali riflettiamo e di cui scriviamo sono sempre gli stessi: finito contro infinito, spazio/tempo, vero/falso.


Leggere una rivista di psicologia


Giusto ieri facevo una riflessione: non è che ognuno di noi, ad un certo punto, a una certa età, vive un periodo d'interesse per la psicologia? Ho notato in passato il sorgere di questo interesse in uomini e donne a me prossimi, anche insospettabili, e oggi non posso che tormentarmi con questa supposizione. Perché? PERCHÉ? Siamo tutti sotto sotto psicologi dilettanti? Ci illudiamo di capirne/volerne sapere di più di psicologia ma in realtà è un modo per affrontare una nostra fase di crisi? Ci interpelliamo sui motivi per cui la nostra vita va in questa direzione, perché abbiamo certe abitudini o non affrontiamo determinati problemi. Ci illudiamo di poter scrutare nei meandri delle menti dei nostri cari per poterne capire i contorti atteggiamenti. Per poi inevitabilmente finire per saperne sempre di meno.

In particolare, su un magazine che ho acquistato in formato digitale (a. perché è difficile da reperire in cartaceo; b. perché lo volevo qui ed ora senza sbattermi vagabondando per le edicole del paese), ho letto un articolo riguardante il riproporsi in età adulta di comportamenti che abbiamo tenuto da bambini. Esempio: se entriamo in collisione con il nostro capo a lavoro potrebbe darsi che abbiamo avuto una rapporto conflittuale con nostro padre. Altre volte può presentarsi una ripetizione del modello genitoriale. Ovvero: nostro padre ci trattava in maniera autoritaria, oggi facciamo lo stesso coi nostri subordinati.

Può anche accadere che, durante la nostra infanzia, continui complimenti e lodi ci convincevano d'essere creature eccezionali, a cui tutto era dovuto. Poi si cresce e si sbatte rovinosamente contro il muro della realtà: non siamo tanto speciali, diversi dagli altri. La realtà è dura e non riusciamo ad adeguarci. Bella storia. Cresciamo.


Leggere un libro sulla ricchezza


Non su come diventare ricchi, intendiamoci. O perlomeno non "ricchi" nel senso comune del termine. In un momento in cui non navigo nell'oro, sono costretto a farmi delle domande e a teorizzare delle risposte. Il binomio ricchezza-felicità, quanto è reale? Ipocritamente spergiuriamo dinanzi ai più che "basta avere la salute" mentre in un angolo della nostra mente si fa spazio la possibilità che "sì però se io fossi ricco qualche problema lo risolverei".

Ecco, cercando di fare luce fra i miei neuroni, incappo in un capitolo che parla di "ricchezza istintiva", ovvero quella che riguarda la parte del cervello ("rettiliana", secondo MacLean) che soddisfa i nostri bisogni primordiali di sopravvivenza biologica. Quelli alla base della piramide di Maslow, per intenderci.

Il mio grande interrogativo del momento: possiamo realmente fare un lavoro che non sia dettato dalla semplice sopravvivenza, ma realmente espressione del nostro interesse, della nostra curiosità, del nostro desiderio? O, come è suggerito sul libro, qualcosa per la quale "vorremmo avere una giornata di quarantotto ore per poter lavorare di più"? Vogliamo crederci? Crediamoci. In fondo ho sempre sostenuto e masochisticamente ribadito negli anni d'essere un inguaribile idealista.


E questo è tutto. Ecco come una splendida mattinata di sole si è trasformata in una gita all'IKEA. Tempio di brugole e fai da te. Che possa ugualmente essere luogo dove costruire qualcosa di meno materiale e più egoisticamente intimo?

Ah, la quarta cosa che ho fatto è stata scrivere questo post :)